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Tradizioni e vecchie inciviltà.

15 Agosto 2010. Come tutti gli anni, il ferragosto messinese si caratterizza per la tradizionale processione della Vara, carro votivo dedicato alla Madonna dell’Assunta, alto circa 14 metri e pesante quasi 8 tonnellate. La grande macchina si muove grazie a centinaia di fedeli, tra tiratori, vogatori e timonieri, lungo un percorso che attraversa il centro storico della città di Messina, fino ad arrivare nella piazza della cattedrale. A seguire, inizia, sotto la stele della Madonnina del porto, lo spettacolo pirotecnico, che porta a conclusione questa giornata di festa e di messinesità.

Purtroppo però, il ferragosto messinese non è solo questo. Come ho avuto modo di constatare mio malgrado, c’è chi ritiene che la città e le strade diventino di sua proprietà. Ieri sera, in occasione, appunto, della gara dei fuochi d’artificio, tutto il centro cittadino si è praticamente paralizzato.Cercando di evitare il punto nevralgico della festa, ho deciso di cambiare il mio solito percorso e trovare strade alternative. Il risultato è stato rimanere in coda per più di un’ora prima di riuscire ad uscire dal centro.

Il motivo? Gente assiepata ovunque, in ogni angolo possibile, immaginabile e anche inimmaginabile delle strade. La maggior parte di coloro che ha voluto godere dello spettacolo dei fuochi dall’alto della città, ha deciso di lasciare il proprio mezzo di trasporto, motorino o macchina che fosse, dove si trovava un centimetro quadrato disponibile. Col risultato che una strada che doveva essere a doppio senso di circolazione, si è ridotta ad un’unica corsia, utilizzabile a senso unico alternato, dove si poteva procedere più lentamente che a passo d’uomo. A questo, aggiungiamo che anche la maggior parte dei pedoni ha deciso di passeggiare e chiaccherare sulla carreggiata, con conseguente ulteriore rallentamento per evitarli.

Ho sentito il bisogno di scrivere queste mie impressioni perchè sono rimasta veramente colpita di come molti cittadini “utilizzino” la città a proprio piacimento. Quello che ho visto ieri, è stata una inciviltà dilagante, sono state persone che hanno pensato solamente a cosa faceva più comodo a loro, disinteressandosi delle ripercussioni che questo poteva avere sugli altri. La cosa per me più triste, è che spesso sono queste persone tra le prime a dire che “Messina è una città in cui non funziona niente”, “A Messina ci sono tutti i marciapiedi e le strade sporche”, e altri luoghi comuni già sentiti troppe volte. Ma le cartacce non vengono fuori dai cassonetti da sole e si depositano agli angoli dei marciapiedi, le strade non si rimpiccioliscono grazie ad una magia del miglior illusionista. E allora, invece di continuare a dire che a Messina non c’è futuro, che la cosa migliore è andarsene, perchè non iniziare dalle piccole cose? Perchè non iniziare parcheggiando solo dove è consentito, utilizzando i contenitori appositi per l’immondizia (e se non se ne trovano nei dintorni, infilare in tasca o in borsa un fazzolettino o tenerlo in mano per altri cinque metri non ha mai ucciso nessuno!), evitando di strombazzare non appena l’auto davanti alla tua rallenta per fare attraversare un pedone o se non ha avuto la partenza da gran premio di formula 1 quando scatta il verde al semaforo.

Sono convinta che la città non sia solo composta da strade, edifici e monumenti. La città è fatta dai cittadini che la vivono. E se questi sono i primi che non la rispettano, non possiamo pretendere che le cose cambino da sole.

Il prezzo della “normalità”.

Questo post mi è venuto in mente leggendo un articolo su un altro blog, cioè questo:  http://www.queerblog.it/post/6484/belgio-ragazza-muore-durante-un-rituale-per-curarla-dallomosessualita-in-carcere-i-genitori

Questa notizia, nel 2009, mi lascia ancora abbastanza scioccata e perplessa. Forse sono ottimista, ma chiedo come possano ancora esserci delle persone che fanno dei “rituali contro l’omosessualità”. Capisco che su questo tema ognuno ha delle opinioni diverse, e ce ne sono tantissime, tutte con sfumature differenti, ma qui mi è sembrato di essere tornati non so di quanti secoli indietro.

Molti, leggendo l’articolo, potrebbero pensare che questo è successo perchè si trattava di una famiglia islamica, ma io non credo. Sicuramente molti “errori” di questo tipo si fanno in nome della religione, ma non solo quella islamica. Chissà quanti di questi rituali vengono fatti pure da ferventi cattolici, solo che non lo sappiamo.

E, volendo prescindere anche dalla religione, quante famiglie, chiamiamole tradizionaliste, hanno fatto di tutto per far cambiare idea ai propri figli omosessuali, spesso, purtroppo, usando anche la violenza fisica oltre quella psicologica. Scrivendo mi è tornata in mente una lettera, letta dal presidente regionale dell’Arcigay della Sicilia, in cui una madre raccontava la storia della propria figlia, presa per i capelli e picchiata dal padre perchè era stata trovata in compagnia di un’altra donna. Una madre che chiedeva scusa alla propria figlia che era dovuta andare via e lei non aveva potuto fare niente per difenderla. Detta in questo modo può  non voler dire nulla, ma giuro che alla fine di quella lettura eravamo tutti con le lacrime agli occhi.

Questo post, nel mio piccolo, vuole essere un no all’omofobia e a chi, ancora oggi, ritiene che gay e lesbiche siano “sbagliati”. La normalità, in realtà, non esiste. Ognuno è normale a modo suo.

Simbolo o non simbolo: questo è il problema!

L’Italia in questo momento è al centro di una dibattito cattolico/ideologico/politico: crocifisso sì o no nelle aule di scuola? A questo punto, anche io voglio dire la mia.

Fin da quando ero piccola, da sempre c’è stato il crocifisso nelle mie classi: elementari, medie, liceo. Alle elementari veniva ancora “usato”, si pregava ogni mattina se non sbaglio. Alle medie, forse, una volta ogni tanto, in qualche occasione particolare. Alle superiori, è diventato un simbolo attaccato lì al muro. Ora io non so come si siano evolute le cose, se la preghierina ai bimbi venga fatta fare ancora oppure no, però so, o almeno credo di aver capito, come il mondo e il nostro paese si sia evoluto e aperto.

So che adesso, nelle classi, non ci sono più solo bambini italiani, bianchi e cattolici. So che ci sono bambini di colore, cinesi, indiani, e che sono musulmani, ebrei o di qualsiasi altra religione possibile. Ora, io penso che questione del crocifisso sia una questione di rispetto. Credo che, se vogliamo tenere il crocifisso nelle aule italiane, dobbiamo metterci pure Allah, Buddha e gli altri Dei che vengono pregati dai bambini in quella classe. Che senso che i bambini cattolici abbiano il loro simbolo e gli altri no? I bambini musulmani lasciano la classe durante l’ora di religione, ma nelle altre ora sono lì, in classe, di fronte a quel simbolo.

Con tutto questo non voglio dire che il crocifisso offenda qualcuno, per carità, lungi da me dire una cosa del genere. Però credo che questa sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani non sia così “dannosa” come la vogliono far sembrare. Lasciando perdere gli attacchi del Vaticano all’UE, non capisco come si possa dire che i ragazzi, senza crocifisso nelle aule, perdano un simbolo della nostra storia e della nostra identità culturale. Io credo che a mantenere la nostra identità ci debbano pensare gli insegnanti, quando raccontano la storia del nostro paese, inserendo, naturalmente, anche la variabile del Cristianesimo.

Il Governo, contro questa sentenza presenta ricorso. E si sentono, sullo sfondo, gli applausi del Vaticano che apprezza. Ma nella nostra Costituzione non c’è scritto che siamo uno Stato laico?!? Perchè a me tutto sembriamo tranne che laico. Non penso che le interferenze continue della Chiesa sulle questioni legislative le veda solo io.

Mi sembra che tutto questo parlare nei confronti di questa sentenza sia fatto, come spesso accade, per dare fiato alla bocca da parte di alcuni. Leggendo varie dichiarazioni dei politici, non so se mi viene più da ridere o da piangere. Sicuramente, questa storia non finirà qui. Ci sarà un secondo atto, e io mi tengo pronta ad informarmi e a commentare.