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Per non dimenticare..

Scrivere qualcosa oggi, 1 Ottobre 2010, è difficile. Sembra un giorno come tutti gli altri ma, qui a Messina, non è così.

E’ passato un anno da quel 1 Ottobre maledetto che ha portato via 37 persone e distrutto la vita di intere famiglie. Un anno da quando il fango ha sommerso interi paesi: Giampilieri, Scaletta Zanclea, Briga, Molino, Altolia. E’ passato un anno e ancora le conseguenze di questa catastrofe sono tutt’altro che sopite. Ancora oggi sentiamo dichiarazioni assurde, indescrivibili e inascoltabili da parte delle istituzioni e di chi, quel territorio, doveva e deve proteggerlo, risanarlo e riqualificarlo; frasi che io farei ripetere davanti a chi ha perso tutto nel giro di poche ore. Come l’ultima, in ordine di tempo, di Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile, rilasciata il 22 Settembre 2010: «Non credo ci sia ora abusivismo nelle zone colpite dall’alluvione dell’ottobre 2009 a Messina. La mazzata che hanno ricevuto è servita per fermare lo scempio del territorio. Meglio tardi che mai».  Credo che provare a rispondere sia inutile, si commenta da sè.

Credo sia inutile qualsiasi tipo di polemica. Oggi è il giorno del ricordo, della commemorazione, del dolore di chi è rimasto e si ritrova senza moglie, senza figli e senza casa. Di chi è stato sdradicato dal proprio ambiente, dalla propria comunità. E anche di chi, invece, è riuscito a rientrare nelle proprie abitazioni e tenta, prova, a riprendere una vita che, sicuramente, non sarà più la stessa. In questi casi, le parole più adeguate per ricordare sono quelle del silenzio.

In memoria di:

Giuseppa Calogero
Maria Li Causi
Teresa Macina
Ilaria De Luca
Concetta Cannistraci
Monica Balascuja
Santina Porcino
Carmela Maria Barbera
Salvatore Scionti
Pasquale Neri
Letterio Maugeri
Giuseppe Tonante
Onofrio Sturiale
Roberto Carullo
Agnese Falgetano
Francesco De Luca
Maria Letizia Scionti
Carmela Olivieri
Letterio Laganà
Elena De Luca
Letterio Maugeri
Christian Maugeri
Francesca Micali
Luigi Costa
Maria Restuccia
Salvatore Zagami
Martino Scibilia
Lorenzo e Francesco Lonia
Bartolo Sciliberto
Santi Bellomo
Carmela Cacciola
Carmelo Ricciardello
Alessandro Sturiale
Ketty de Francesco
Una vittima ancora da identificare

Quando essere donna diventa una colpa.

“Bruciata viva” è un libro molto bello. Non c’entra niente come sia stato scritto, il suo stile,  quello che conta è la storia. La storia di questa donna che ha, come sua unica colpa, quella di essere nata donna. Anzi femmina. Perchè le femmine valgono meno di pecore e capre secondo suo padre.

Purtroppo, si sa che ci sono delle culture profondamente maschiliste, in cui le donne non vengono minimamente considerate. Ma leggerlo è diverso.  Leggere, parola per parola, le

Copertina del libro di Suad, "Bruciata viva".

botte, le umiliazioni e le sofferenze di una ragazza di quindici e delle sue sorelle fa rabbrividire. E fa rabbrividire ancora di più sapere che il fratello, sempre e solo per il fatto di essere un “uomo” ( e lo scrivo tra virgolette perchè non credo che lo sia), è sempre stato legittimato a fare ciò che voleva. Ad entrare ed uscire a piacimento, a guardare in faccia chi voleva, e picchiare e umiliare le donne.

Già, le donne. Che strano, in alcuni paesi essere una donna significa essere un’essere speciale, avere un dono, un’intelligenza emotiva diversa da quella degli uomini, e chi più ne ha più ne metta. E invece, da altre parti nel mondo, la nascita di una donna diventa una disgrazia. E se già si hanno troppe figlie femmine, allora si cancellano. Così, appena nate. Prima sorridono perchè vedono il volto della loro mamma per la prima volta, e un attimo dopo è quello stesso volto che cancella definitivamente la loro vita.

E non possono farci niente queste madri. Per loro è giusto così. Per la cultura dove sono cresciute, è giusto che una moglie serva suo marito, gli lavi i piedi e prenda da lui botte e cinghiate nel momento in cui sbaglia. E le loro figlie ricevono questo in eredità. Dovranno sposarsi ancora giovani, vergini, dimostrando a villaggi interi che lo fossero davvero. E riceveranno in eredità un marito che ha lo stesso identico modo di fare del padre.

E anche per le figlie è giusto così. Cercano la libertà nelle case di uomini che poi diventeranno a loro volta prigioni. E così di madre in figlia in figlia, in una catena infinita.

Per fortuna, qualcuno prova a fermarla questa catena.  Leggendo il libro si scopre un’associazione svizzera, Surgir, che prova ad aiutare queste donne rinnegate ed emarginate dalla famiglia. Prova a farle scampare alla morte certa, certa per colpa anche solo di chiacchiere del villaggio. Con alcune donne già ci sono riusciti, così come con Suad, la donna da cui ha preso vita questo progetto, sopravvissuta alla sua esecuzione e testimone diretta dei delitti d’onore.

Leggere questo libro non è solo confrontarsi e rendersi conto delle altre culture, ma soprattutto significa non lasciare sole queste donne che subiscono, giorno dopo giorno, questo tipo di violenza .

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Burned alive” is a very beautiful book. It has nothing like it was written, its style, what matters is the story. The story of this woman who has, as her only fault, that of being born a woman. Indeed female. Because girls, according to her father,  are worth less than sheep and goats.

Unfortunately, we know that there are deeply sexist cultures, where women are in no way involved. But reading is different.  Reading, word for word, the beatings, the humiliations and sufferings of a 15 years old girl and her sister made me shiver. It makes one shudder even more to know that his brother, always and only for being a “man” (and I write it in quotes because I do not think that it is), has always been entitled to do what he wanted: entering and leaving at will, looking to everyone in the face, and beating and humiliating women.

Yes, women. How strange, in some countries being a woman means being a special being, have a gift, different emotional intelligence from that of men, and so on and so forth.

But, elsewhere in the world, the birth of a woman becomes a disgrace. If you already have too many daughters, then you erase them.  Just born. First they smile for seeing their mother’s face  for the first time, and a moment later that same face permanently delete their lives.

And these mothers cannot do anything about it.  For them this is right. For the culture where they grew up, it is right that a wife serves her husband, washes his feet and takes beatings and beatings when she is wrong. And their daughters receive this inheritance. They will still marry young virgins, demonstrating to entire villages that they were indeed. Is inherited a husband who has the exact same way of the father.

And rightly so for their daughters. Seeking freedom in men’s homes which will become prisons. So from mother to daughter to daughter, in an infinite chain.

Fortunately, someone tries to stop this chain. Reading the book you can find a suisse association, SURGIR , trying to help these women, marginalized and disowned by their family. They try to make them escape from certain death, . With some women they already have succeeded, as with Suad, the woman whose life has taken this project, survived the execution and direct witness of honor killings.

Reading this book is not just to confront and be aware of other cultures, but above all means to do not leave alone those women who suffer, day after day, this kind of violence.

Un ponte tra due frane.

Il 12 Febbraio è stato presentato a Messina, al Palacultura appena terminato, il progetto del Ponte sullo Stretto. Presenti all’evento il ministro Matteoli, il presidente dell’Anas Pietro Ciucci, il presidente onorario della società “Stretto di Messina” Nino Calarco, il presidente della regione Sicilia Raffaele Lombardo, il presidente della Provincia Nanni Ricevuto e il sindaco di Messina Giuseppe Buzzanca. Tutte le facce che contano insomma. Tutti a dire che il ponte porterà sviluppo, che permetterà alla Sicilia di “camminare sulle sue gambe, senza aver più bisogno degli altri” e che Messina non sarà più considerata la sorella minore di Catania e Palermo.

Fuori, il fronte del no al ponte, i sostenitori storici dell’inutilità di questa grande opera, che nonostante  la pioggia e l’orario strano a cui è stata prevista questa conferenza, si è trovato compatto all’esterno del Palacultura.

A pochi giorni dalla presentazione di questo progetto, la terra del sud risponde franando. Frana San Fratello, paesino della provincia di Messina, e frana Maierato, nell’entroterra calabrese. Le immagini di questi due paesi sono state trasmesse da tutti i tg e pubblicate da tutti i giornali: le strade spaccate in due, le case crepate, la montagna che viene giù ed insegue case persone e tutto ciò che si trova davanti.

Sì, è vero, i giganteschi piloni del ponte non interesseranno queste zone in particolare, ma le cose non cambiano di molte se ci spostiamo sulla costa messinese o calabra. Lo testimonia l’alluvione del primo ottobre a Giampilieri e Scaletta Zanclea. Il dissesto idrogeologico presente in questo territorio non è cosa da poco e non va sottovalutato, ma non mi sembra si sia fatto e si  faccia molto per mettere in sicurezza dei paesi che rischiano di scomparire.

A questo punto mi chiedo: dando per scontato che questo ponte si faccia  e sia pronto nel 2017 come prevedono gli esperti, quando dalla Sicilia si arriverà in Calabria per poi proseguire, si dovrà ancora transitare per la Salerno – Reggio Calabria ad una corsia, con cantieri dovunque? Oppure, dopo essere “sbarcati” in Sicilia dal continente, è possibile che se si vuole arrivare a Ragusa ci si debba mettere non so quante ore perchè non ci sono strade a scorrimento veloce, ma solo statali pericolosissime?

Non sarebbe una cosa più opportuna, per non dire sacrosanta, mettere a posto il territorio, le infrastrutture, di Calabria e  Sicilia e poi, forse, se possibile, pensare a questo benedetto ponte?!?

La bellezza dello Stretto di Messina al tramonto.

Alla ricerca della verità.

Primi indagati per la morte di Stefano Cucchi, iniziata in carcere e finita in ospedale. Anzi, con precisione, iniziata in tribunale. Sì, le nuove informazioni dicono che il calvario del giovane sia iniziato nelle camere di sicurezza del tribunale. Per fortuna, sempre se verrà creduto, l’ha visto un altro detenuto: un ragazzo di colore, arrestato anche lui per possesso di droga, che ha raccontato al giudice di aver visto quello che sarà l’inizio del pestaggio dallo spioncino della sua cella. Un ragazzo che ha raccolto le parole di Stefano quando, legati insieme dalla stessa catena ai polsi, venivano trasferiti in tribunale per il processo per direttissima; a lui avrebbe detto delle percosse subite dalle guardie. Le stesse guardie che ora sono indagate per omicidio preterintenzionale.

Per ricordare Stefano così com'era..

Indagati, insieme agli agenti, sono i medici della “struttura protetta” dell’Ospedale “Sandro Pertini”. Ora, non so se la cosa peggiore l’abbiano fatta gli uomini in divisa o quelli in camice bianco. O forse, questi ultimi hanno solamente completato l’ “opera”. Stefano, da quando è entrato in ospedale, è stato definito un “paziente poco collaborante“, come dice il lapsus della dottoressa che lo ha visitato, rifiutava le visite e l’alimentazione, nonché le visite dei parenti. Vengono riscontrate le fratture alle vertebre, oltre alle ecchimosi sul viso, si definisce il

paziente in stato di decubito, e l’unica cosa accertata in cartella clinica è un antidolorifico al bisogno. Fino a quando, il 22 ottobre alle 6.15, il suo cuore non regge e Stefano muore da solo, in una stanza di ospedale. E i medici della struttura vengono indagati per omicidio colposo.

A questo, mi viene spontaneo pensare: ma un detenuto non ha diritto a cure pari a quelle di un uomo libero? I medici, vedendo lo stato in cui Stefano Cucchi è arrivato in ospedale, non potevano direttamente denunciare al magistrato e provare, almeno, a salvarlo. Io credo che quello che ha dovuto soffrire questo ragazzo non debba mai accadere, e spero vivamente che questa storia, per quanto triste e dolorosa, possa rimanere viva nelle coscienze di tutti.

Il prezzo della “normalità”.

Questo post mi è venuto in mente leggendo un articolo su un altro blog, cioè questo:  http://www.queerblog.it/post/6484/belgio-ragazza-muore-durante-un-rituale-per-curarla-dallomosessualita-in-carcere-i-genitori

Questa notizia, nel 2009, mi lascia ancora abbastanza scioccata e perplessa. Forse sono ottimista, ma chiedo come possano ancora esserci delle persone che fanno dei “rituali contro l’omosessualità”. Capisco che su questo tema ognuno ha delle opinioni diverse, e ce ne sono tantissime, tutte con sfumature differenti, ma qui mi è sembrato di essere tornati non so di quanti secoli indietro.

Molti, leggendo l’articolo, potrebbero pensare che questo è successo perchè si trattava di una famiglia islamica, ma io non credo. Sicuramente molti “errori” di questo tipo si fanno in nome della religione, ma non solo quella islamica. Chissà quanti di questi rituali vengono fatti pure da ferventi cattolici, solo che non lo sappiamo.

E, volendo prescindere anche dalla religione, quante famiglie, chiamiamole tradizionaliste, hanno fatto di tutto per far cambiare idea ai propri figli omosessuali, spesso, purtroppo, usando anche la violenza fisica oltre quella psicologica. Scrivendo mi è tornata in mente una lettera, letta dal presidente regionale dell’Arcigay della Sicilia, in cui una madre raccontava la storia della propria figlia, presa per i capelli e picchiata dal padre perchè era stata trovata in compagnia di un’altra donna. Una madre che chiedeva scusa alla propria figlia che era dovuta andare via e lei non aveva potuto fare niente per difenderla. Detta in questo modo può  non voler dire nulla, ma giuro che alla fine di quella lettura eravamo tutti con le lacrime agli occhi.

Questo post, nel mio piccolo, vuole essere un no all’omofobia e a chi, ancora oggi, ritiene che gay e lesbiche siano “sbagliati”. La normalità, in realtà, non esiste. Ognuno è normale a modo suo.

Simbolo o non simbolo: questo è il problema!

L’Italia in questo momento è al centro di una dibattito cattolico/ideologico/politico: crocifisso sì o no nelle aule di scuola? A questo punto, anche io voglio dire la mia.

Fin da quando ero piccola, da sempre c’è stato il crocifisso nelle mie classi: elementari, medie, liceo. Alle elementari veniva ancora “usato”, si pregava ogni mattina se non sbaglio. Alle medie, forse, una volta ogni tanto, in qualche occasione particolare. Alle superiori, è diventato un simbolo attaccato lì al muro. Ora io non so come si siano evolute le cose, se la preghierina ai bimbi venga fatta fare ancora oppure no, però so, o almeno credo di aver capito, come il mondo e il nostro paese si sia evoluto e aperto.

So che adesso, nelle classi, non ci sono più solo bambini italiani, bianchi e cattolici. So che ci sono bambini di colore, cinesi, indiani, e che sono musulmani, ebrei o di qualsiasi altra religione possibile. Ora, io penso che questione del crocifisso sia una questione di rispetto. Credo che, se vogliamo tenere il crocifisso nelle aule italiane, dobbiamo metterci pure Allah, Buddha e gli altri Dei che vengono pregati dai bambini in quella classe. Che senso che i bambini cattolici abbiano il loro simbolo e gli altri no? I bambini musulmani lasciano la classe durante l’ora di religione, ma nelle altre ora sono lì, in classe, di fronte a quel simbolo.

Con tutto questo non voglio dire che il crocifisso offenda qualcuno, per carità, lungi da me dire una cosa del genere. Però credo che questa sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani non sia così “dannosa” come la vogliono far sembrare. Lasciando perdere gli attacchi del Vaticano all’UE, non capisco come si possa dire che i ragazzi, senza crocifisso nelle aule, perdano un simbolo della nostra storia e della nostra identità culturale. Io credo che a mantenere la nostra identità ci debbano pensare gli insegnanti, quando raccontano la storia del nostro paese, inserendo, naturalmente, anche la variabile del Cristianesimo.

Il Governo, contro questa sentenza presenta ricorso. E si sentono, sullo sfondo, gli applausi del Vaticano che apprezza. Ma nella nostra Costituzione non c’è scritto che siamo uno Stato laico?!? Perchè a me tutto sembriamo tranne che laico. Non penso che le interferenze continue della Chiesa sulle questioni legislative le veda solo io.

Mi sembra che tutto questo parlare nei confronti di questa sentenza sia fatto, come spesso accade, per dare fiato alla bocca da parte di alcuni. Leggendo varie dichiarazioni dei politici, non so se mi viene più da ridere o da piangere. Sicuramente, questa storia non finirà qui. Ci sarà un secondo atto, e io mi tengo pronta ad informarmi e a commentare.

Una storia da non dimenticare.

C’è una storia che vorrei non fosse dimenticata troppo presto. Forse perchè é qualcosa che ho praticamente toccato con mano, che ho vissuto da vicino. E’ la storia di Giampilieri, Scaletta Zanclea, e tutti quei paesi che sono stati colpiti dall’alluvione di un mese fa.

Ieri sera sono stata ad un fiaccolata in commemorazione delle vittime di questa tragedia, e la cosa che mi ha molto colpito é stata la compostezza di questo corteo. Forse è una delle poche, se non l’unica, manifestazioni silenziose a cui ho assistito. Questo mi ha confermato ancora di più che, qui a Messina, questo é stato un evento molto sentito, che ha colpito indistintamente tutti, anche chi non ha perso niente, nè amici, nè parenti, nè beni materiali.

Tanto si è parlato all’indomani dell’avvenimento, si è detto di tutto, anche troppo per certi versi. E ora? Tutto tace. Ad un mese dall’alluvione, Giampilieri e gli altri paesi sono stati già dimenticati. Non voglio puntare il dito contro nessuno, però mi viene da pensare: il giorno dopo, il mese dopo e un anno dopo il terremoto in Abruzzo, ancora venivano, e vengono, organizzate iniziative di solidarietà; per carità, giustissimo, c’è tanto da ricostruire in quelle zone. E qui? E a Messina, che succede? Niente, tutto tace. A parte le iniziative locali, a livello nazionale niente ci è stato dato. Si fa ancora la conta dei danni, si cercano ancora dispersi. Chissà quando si riuscirà a tornare alla “normalità” di un tempo, o forse sarebbe meglio dire, chissà quando queste famiglie potranno avere una nuova quotidianità e ricominciare una nuova vita.

Io credo solo che, dopo avvenimenti di questo genere, ognuno di noi, ogni tanto, dovrebbe fermarsi a pensare a quello che è successo. Per ricordare e per fare in modo che questo non avvenga mai più. O almeno, per provarci.