Una finestra sul mondo e non solo…

Archivio per novembre, 2009

Alla ricerca della verità.

Primi indagati per la morte di Stefano Cucchi, iniziata in carcere e finita in ospedale. Anzi, con precisione, iniziata in tribunale. Sì, le nuove informazioni dicono che il calvario del giovane sia iniziato nelle camere di sicurezza del tribunale. Per fortuna, sempre se verrà creduto, l’ha visto un altro detenuto: un ragazzo di colore, arrestato anche lui per possesso di droga, che ha raccontato al giudice di aver visto quello che sarà l’inizio del pestaggio dallo spioncino della sua cella. Un ragazzo che ha raccolto le parole di Stefano quando, legati insieme dalla stessa catena ai polsi, venivano trasferiti in tribunale per il processo per direttissima; a lui avrebbe detto delle percosse subite dalle guardie. Le stesse guardie che ora sono indagate per omicidio preterintenzionale.

Per ricordare Stefano così com'era..

Indagati, insieme agli agenti, sono i medici della “struttura protetta” dell’Ospedale “Sandro Pertini”. Ora, non so se la cosa peggiore l’abbiano fatta gli uomini in divisa o quelli in camice bianco. O forse, questi ultimi hanno solamente completato l’ “opera”. Stefano, da quando è entrato in ospedale, è stato definito un “paziente poco collaborante“, come dice il lapsus della dottoressa che lo ha visitato, rifiutava le visite e l’alimentazione, nonché le visite dei parenti. Vengono riscontrate le fratture alle vertebre, oltre alle ecchimosi sul viso, si definisce il

paziente in stato di decubito, e l’unica cosa accertata in cartella clinica è un antidolorifico al bisogno. Fino a quando, il 22 ottobre alle 6.15, il suo cuore non regge e Stefano muore da solo, in una stanza di ospedale. E i medici della struttura vengono indagati per omicidio colposo.

A questo, mi viene spontaneo pensare: ma un detenuto non ha diritto a cure pari a quelle di un uomo libero? I medici, vedendo lo stato in cui Stefano Cucchi è arrivato in ospedale, non potevano direttamente denunciare al magistrato e provare, almeno, a salvarlo. Io credo che quello che ha dovuto soffrire questo ragazzo non debba mai accadere, e spero vivamente che questa storia, per quanto triste e dolorosa, possa rimanere viva nelle coscienze di tutti.

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Il prezzo della “normalità”.

Questo post mi è venuto in mente leggendo un articolo su un altro blog, cioè questo:  http://www.queerblog.it/post/6484/belgio-ragazza-muore-durante-un-rituale-per-curarla-dallomosessualita-in-carcere-i-genitori

Questa notizia, nel 2009, mi lascia ancora abbastanza scioccata e perplessa. Forse sono ottimista, ma chiedo come possano ancora esserci delle persone che fanno dei “rituali contro l’omosessualità”. Capisco che su questo tema ognuno ha delle opinioni diverse, e ce ne sono tantissime, tutte con sfumature differenti, ma qui mi è sembrato di essere tornati non so di quanti secoli indietro.

Molti, leggendo l’articolo, potrebbero pensare che questo è successo perchè si trattava di una famiglia islamica, ma io non credo. Sicuramente molti “errori” di questo tipo si fanno in nome della religione, ma non solo quella islamica. Chissà quanti di questi rituali vengono fatti pure da ferventi cattolici, solo che non lo sappiamo.

E, volendo prescindere anche dalla religione, quante famiglie, chiamiamole tradizionaliste, hanno fatto di tutto per far cambiare idea ai propri figli omosessuali, spesso, purtroppo, usando anche la violenza fisica oltre quella psicologica. Scrivendo mi è tornata in mente una lettera, letta dal presidente regionale dell’Arcigay della Sicilia, in cui una madre raccontava la storia della propria figlia, presa per i capelli e picchiata dal padre perchè era stata trovata in compagnia di un’altra donna. Una madre che chiedeva scusa alla propria figlia che era dovuta andare via e lei non aveva potuto fare niente per difenderla. Detta in questo modo può  non voler dire nulla, ma giuro che alla fine di quella lettura eravamo tutti con le lacrime agli occhi.

Questo post, nel mio piccolo, vuole essere un no all’omofobia e a chi, ancora oggi, ritiene che gay e lesbiche siano “sbagliati”. La normalità, in realtà, non esiste. Ognuno è normale a modo suo.

Simbolo o non simbolo: questo è il problema!

L’Italia in questo momento è al centro di una dibattito cattolico/ideologico/politico: crocifisso sì o no nelle aule di scuola? A questo punto, anche io voglio dire la mia.

Fin da quando ero piccola, da sempre c’è stato il crocifisso nelle mie classi: elementari, medie, liceo. Alle elementari veniva ancora “usato”, si pregava ogni mattina se non sbaglio. Alle medie, forse, una volta ogni tanto, in qualche occasione particolare. Alle superiori, è diventato un simbolo attaccato lì al muro. Ora io non so come si siano evolute le cose, se la preghierina ai bimbi venga fatta fare ancora oppure no, però so, o almeno credo di aver capito, come il mondo e il nostro paese si sia evoluto e aperto.

So che adesso, nelle classi, non ci sono più solo bambini italiani, bianchi e cattolici. So che ci sono bambini di colore, cinesi, indiani, e che sono musulmani, ebrei o di qualsiasi altra religione possibile. Ora, io penso che questione del crocifisso sia una questione di rispetto. Credo che, se vogliamo tenere il crocifisso nelle aule italiane, dobbiamo metterci pure Allah, Buddha e gli altri Dei che vengono pregati dai bambini in quella classe. Che senso che i bambini cattolici abbiano il loro simbolo e gli altri no? I bambini musulmani lasciano la classe durante l’ora di religione, ma nelle altre ora sono lì, in classe, di fronte a quel simbolo.

Con tutto questo non voglio dire che il crocifisso offenda qualcuno, per carità, lungi da me dire una cosa del genere. Però credo che questa sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani non sia così “dannosa” come la vogliono far sembrare. Lasciando perdere gli attacchi del Vaticano all’UE, non capisco come si possa dire che i ragazzi, senza crocifisso nelle aule, perdano un simbolo della nostra storia e della nostra identità culturale. Io credo che a mantenere la nostra identità ci debbano pensare gli insegnanti, quando raccontano la storia del nostro paese, inserendo, naturalmente, anche la variabile del Cristianesimo.

Il Governo, contro questa sentenza presenta ricorso. E si sentono, sullo sfondo, gli applausi del Vaticano che apprezza. Ma nella nostra Costituzione non c’è scritto che siamo uno Stato laico?!? Perchè a me tutto sembriamo tranne che laico. Non penso che le interferenze continue della Chiesa sulle questioni legislative le veda solo io.

Mi sembra che tutto questo parlare nei confronti di questa sentenza sia fatto, come spesso accade, per dare fiato alla bocca da parte di alcuni. Leggendo varie dichiarazioni dei politici, non so se mi viene più da ridere o da piangere. Sicuramente, questa storia non finirà qui. Ci sarà un secondo atto, e io mi tengo pronta ad informarmi e a commentare.

Una storia da non dimenticare.

C’è una storia che vorrei non fosse dimenticata troppo presto. Forse perchè é qualcosa che ho praticamente toccato con mano, che ho vissuto da vicino. E’ la storia di Giampilieri, Scaletta Zanclea, e tutti quei paesi che sono stati colpiti dall’alluvione di un mese fa.

Ieri sera sono stata ad un fiaccolata in commemorazione delle vittime di questa tragedia, e la cosa che mi ha molto colpito é stata la compostezza di questo corteo. Forse è una delle poche, se non l’unica, manifestazioni silenziose a cui ho assistito. Questo mi ha confermato ancora di più che, qui a Messina, questo é stato un evento molto sentito, che ha colpito indistintamente tutti, anche chi non ha perso niente, nè amici, nè parenti, nè beni materiali.

Tanto si è parlato all’indomani dell’avvenimento, si è detto di tutto, anche troppo per certi versi. E ora? Tutto tace. Ad un mese dall’alluvione, Giampilieri e gli altri paesi sono stati già dimenticati. Non voglio puntare il dito contro nessuno, però mi viene da pensare: il giorno dopo, il mese dopo e un anno dopo il terremoto in Abruzzo, ancora venivano, e vengono, organizzate iniziative di solidarietà; per carità, giustissimo, c’è tanto da ricostruire in quelle zone. E qui? E a Messina, che succede? Niente, tutto tace. A parte le iniziative locali, a livello nazionale niente ci è stato dato. Si fa ancora la conta dei danni, si cercano ancora dispersi. Chissà quando si riuscirà a tornare alla “normalità” di un tempo, o forse sarebbe meglio dire, chissà quando queste famiglie potranno avere una nuova quotidianità e ricominciare una nuova vita.

Io credo solo che, dopo avvenimenti di questo genere, ognuno di noi, ogni tanto, dovrebbe fermarsi a pensare a quello che è successo. Per ricordare e per fare in modo che questo non avvenga mai più. O almeno, per provarci.

 

La divisa non si processa.

Come primo post “effettivo” voglio parlare di questa storia che in questi giorni sta occupando prime pagine di tg e giornali, cioè la storia di Stefano Cucchi. Ecco, io non posso certo sapere come si siano svolti i fatti, ci mancherebbe altro. Però so che un ragazzo di 31 anni, arrestato per possesso di droga, si è fatto 8 giorni di carcere e di ospedale e ne è uscito morto. Con il viso tumefatto, la mascella rotta, fratture vertebrali e con una decina di chili in meno. Ho visto le foto e credo proprio che una caduta dalle scale non possa provocare quello scempio.

E mi viene subito da pensare a Federico, Federico Aldrovandi, che ha fatto una fine simile a quella di Stefano, solo che lui è morto in mezzo ad una strada invece che in un carcere o in una caserma. I colpevoli dell’omicidio di Federico sono stati condannati, ma non sconteranno mai la loro pena in carcere (irrisoria del resto, per aver commesso un omicidio) grazie all’indulto.

E poi, penso alle mamme di questi ragazzi, ai loro genitori, a cui viene comunicata la morte di un figlio e non si sa neanche perchè sia morto. Anzi, ai genitori di Stefano è stata portata direttamente la richiesta dell’autopsia. Avvisarli che il loro figlio era morto forse arrecava troppo disturbo.

Non so, non riesco a commentare questi avvenimenti. Queste sono le cose che mi lasciano senza parole, ma con tanta rabbia e dolore nel cuore. Anche per questo voglio postare un video di Ascanio Celestini che un po’ dà voce anche a me.